Quarantena, paura, attesa: le nostre nuove parole

La malattia provocata dal nuovo Coronavirus, definito come “COVID-19” (dove “CO” sta per corona, “VI” per virus, “D” per disease e “19” indica l’anno in cui si è manifestata), ha provocato forti ansie e paure nella popolazione con degli effetti al momento devastanti per il nostro Paese. Tutto il mondo, un pochino alla volta si sta ritrovando contagiato, al punto che l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha dichiarato lo stato di pandemia.

E’ la prima volta che la nostra generazione affronta una situazione di questo tipo. Siamo di fronte, infatti, ad una totale rottura degli schemi, della routine, delle abitudini, dove paradossalmente la maggior parte della gente, abituata a lavorare, si è ritrovata ad essere in ansia, scombussolata e piena di rabbia, in cerca di rassicurazioni e indicazioni su cosa fare per salvare la propria vita.

Proprio questa incertezza per il futuro e le preoccupazioni economiche, la paura per la salute mentale e fisica, hanno spinto molti a fuggire verso le famiglie di origine. Tutto questo fino a quando, anche in conseguenza all’aumento delle persone colpite dal virus e del rischio di diffusione del contagio, il governo ha scelto di chiudere la maggior parte dei servizi e delle attività, invitando i cittadini a restare chiusi in casa.

I potenziali benefici della quarantena di massa obbligatoria devono essere attentamente valutati rispetto ai possibili costi psicologici. L’uso efficace della quarantena come misura di sanità pubblica ci impone di ridurre, per quanto possibile, gli effetti negativi ad essa associati. Ed ecco perché necessita una corretta informazione sulle conseguenza psicologiche di questo momento storico.

Intanto distinguiamo i termini:

La QUARANTENA è la separazione e la restrizione del movimento delle persone potenzialmente esposte a una malattia contagiosa, riducendo così il rischio di infettare gli altri.

Questa definizione differisce dall’ISOLAMENTO, che è la separazione delle persone a cui è stata diagnosticata una malattia contagiosa dalle persone che non sono malate; tuttavia, i due termini sono spesso usati in modo intercambiabile, specialmente nella comunicazione con il pubblico.

Queste nuove condizioni di vita hanno portato notevole destabilizzazione in chi viveva il quotidiano in modo ordinato e routinario.

Al contrario, chi da sempre, soffre di disturbi di personalità, ansia o disturbi depressivi, ed è abituato  a vivere quotidianamente nello scombussolamento e nel “caos interno” dato dal proprio disturbo e spesso ha sperimentato la fatica ad inserirsi nell’ordine naturale delle cose, incredibilmente riesce a sperimentare un lieve miglioramento.

Da quando è stata proclamata l’emergenza sanitaria mondiale con il termine di Pandemia, il termine Epidemia è andato in secondo piano. La terminologia utilizzata dall’OMS è servita agli stati che vivono la diffusione del virus ad attivare misure restrittive ad alto impatto. Già solo il cambio di parole ha innescato il panico mondiale in ogni settore.

Da quel momento il nostro stile di vita è cambiato, gli enti governativi del nostro Stato ci obbligano a stare a casa e a limitarci nelle uscite solo per necessità. Chi segue alla lettera questo termine “necessità” rispetta la legge, ma è più soggetto alla solitudine, all’inquietudine, si preoccupa e vuole che questo momento di chiusura passi, pensa che rispettando le prescrizioni possa essere d’aiuto alla comunità.

Siamo ancora in una fase di diffusione del virus, dobbiamo ancora resistere ed essere rispettosi delle imposizioni che ci vengono prescritte, ma… per affrontare al meglio questa situazione, cercare di renderla più leggera, dobbiamo associare lo svago. Impegnare la nostra giornata in attività di vario tipo che ci portano a distrarci. Non tutti possono farlo ma molti si stanno impegnando per fare ciò.

Lo Psicologo entra in supporto di chi ha bisogno di un sostegno o di una consulenza

Ho chiesto a due persone che sto seguendo attraverso Skype di inviarmi una mail con la descrizione del loro malessere.

La prima persona è una donna di 42 anni avvocato, pugliese, traferitasi a Milano da molti anni e coniugata con un collega coetaneo di origini venete. La coppia è coniugata dal 2011 e ha due figli. di 2anni il primo e di 8 mesi il secondo. Le ho chiesto di raccontare con parole semplici la sua esperienza di stress da Coronavirus:

“È dall’estate della laurea nel 2002 e, quindi, da 17 anni che non faccio un giorno di vacanza. Non so cosa significhi spegnere il cervello e staccare dallo studio o dal lavoro anche solo per 24 ore. Mai fatto nemmeno in gravidanze e maternità. Non esistono natali, pasque, compleanni, ferragosti. Solo sacrifici, tanti sacrifici, misti a grandi soddisfazioni!  Ho sempre retto, in qualsiasi circostanza, ma mai in tempi di guerra, perché di guerra stiamo parlando! Per la prima volta, oggi, dopo 18 anni ho accesso il computer e non sono riuscita a lavorare. Non sono concentrata. Sono assente, voglio andare a casa dai miei bambini, non voglio pensare a niente. Sono angosciata. Difficilmente piango. Quando ero bambina lo facevo spesso. Piangevo anche da adolescente ma negli ultimi anni ho imparato a non farlo più. Molto male! Le lacrime si sono trasformate in rabbia e silenzio.

Dalla finestra non riesco più a sentire altro che il rumore delle ambulanze. Penso alla mia famiglia, ai miei cari, ai miei amici, tutti lontani, perchè il lavoro e la famiglia che ho costruito, mi hanno portato lontano dai miei luoghi natali. L’angoscia mi ha preso nel momento in cui ho realizzato, leggendo un articolo, che forse ne usciremo tra un anno… Poi, in ufficio ho parlato con il nostro Presidente, il presidente del nostro gruppo legale per cui lavoro. Ha 84 anni, di cose ne ha viste e tante…non sempre siamo d’accordo ma alla fine ci vogliamo bene. Era triste, non l’ho mai visto così. Mi ha sempre motivato lui ed oggi i ruoli si sono invertiti. Per mandare avanti il gruppo abbiamo bisogno di 2 milioni di euro al mese. 400 bocche da sfamare.  I telefoni sono muti. Le email? Ne saranno arrivate 10 in tutta la giornata.  Poi, poco per volta, mi sono svegliata dal torpore e ho capito che il passaggio di testimone e di generazioni sta avvenendo adesso, nel momento in cui le porte dell’azienda si chiudevano alle sue spalle. Ora tocca a me, a noi…devo tornare in me, devo svegliarmi, devo riprendere a lavorare, devo concentrarmi ma non ci riesco. Faccio mille cose contemporaneamente e non ne termino una. Non dimenticherò mai questa giornata, quello sguardo, quelle parole, la mia confusione, l’angoscia. So però che devo trovare la forza, per i miei figli, per i miei colleghi, per i nostri collaboratori. Una collega a cui abbiamo chiesto un supporto da remoto venerdì, ci ha chiesto di non ringraziarla e di mandarle del lavoro per tenerle impegnato il cervello. Non deve pensare. Il lavoro lo dobbiamo trovare noi. Devo pensare alla mia famiglia, alla mia azienda, a chi crede in me, in noi. Che dire, domani sarà un altro giorno e andrà meglio. quello dopo ancora di più. Supereremo questo momento ma ora ho solo voglia di piangere.

Sperimentare l’incertezza per il futuro, le forti preoccupazioni economiche, la paura per la salute mentale e fisica…tutto questo, nella situazione appena descritta, ha notevolmente destabilizzato una situazione lavorativa e familiare molto stabile. In questa situazione di emergenza, chi viveva il quotidiano in modo routinario e ordinato è maggiormente soggetto a forti flessioni del tono dell’umore ed è molto utile in questo caso lavorare sui temi dell’accettazione e della flessibilità di pensiero.

Al contrario, chi, prima di questa emergenza, aveva una vita con meno certezze e maggiormente esposta all’ansia data dalla vita più esposta ai cambiamenti, è in grado di sperimentare adattamenti più funzionali.

L’altra situazione di difficoltà di cui ho chiesto testimonianza, riguarda una donna di 45anni costretta alla quarantena insieme al suo compagno coetaneo. Sono conviventi da più di 10 anni, non hanno figli, hanno entrambi un lavoro precario, che da sempre ha inciso sul loro equilibrio emotivo e sulla progettazione futura. Sono in quarantena severissima perchè hanno partecipato ad una funzione religiosa in cui hanno contratto il virus alcuni parenti stretti. Attualmente alcuni di questi parenti sono ricoverati in terapia intensiva: oggi 16 marzo le condizioni degli stessi sono molto buone e saranno dimessi a breve dalla struttura ospedaliera. Lo scritto che vi propongo riguarda la giornata del 13 marzo.

“Sicuramente la particolarità di questa situazione è che i risvolti psicologici sono doppi, cioè intendo da osservare dal doppio punto di vista: sia quelli dovuti alla condizione di vittima colpita con un tuo familiare in ospedale (e quindi paura, senso di smarrimento e di impotenza per l’impossibilità di assisterlo fisicamente)  ma anche quelli dovuti alla condizione di quarantena e quindi di ipotetico untore agli occhi degli altri (e quindi iniziale disagio e vergogna, persino paura di aver causato danni al tuo datore di lavoro visto che in azienda si scatena il delirio).

In particolare, nella nostra situazione ci sarebbe anche da aggiungere la sensazione di essere stati violati nell’ intimità familiare visto che tutto è cominciato in seguito alla partecipazione ad un funerale che per i social sembra essere diventato una barzelletta mentre per noi era e rimane un evento doloroso.

Per fortuna personalmente quella sensazione di disagio e vergogna dovuto allo stigma sociale mi è passata subito: cioè alla fine dopo una riflessione di un paio di giorni, ti rendi conto di non essere responsabile della situazione che si è creata. Però in questo minare la tua salute mentale i social sono delle armi contundenti. Basta guardare i commenti su facebook… Appena esce un caso positivo o anche solo sospetto in attesa dell’esito test tutti a commentare dandoti dell’idiota perchè te ne vai girando e magari sei andato semplicemente al lavoro o hai provveduto alle incombenze quotidiane della famiglia….. cioè alla fine diventa bullismo e tu vorresti solo non sentire…, ma intanto monta la rabbia e la frustrazione.

Quindi alla fine direi proprio che la ripercussione più grande è in assoluto il senso di alienazione dovuto alla quarantena inteso come impossibilità di appoggiarti alla spalla di alcuno unita alla frustrazione di non poter a tua volta aiutare qualcuno, soprattutto se quel qualcuno è anche in ospedale.

Sembra proprio una battaglia che ognuno di noi deve affrontare da solo.

Durante la quarantena, la sensazione di solitudine è estrema e solo guardando e affrontando i propri vissuti emotivi più profondi, si può imparare a venirne fuori. La strategia migliore in questo caso è stata quella di modellare il proprio comportamento sulla base di altre esperienze emotivamente faticose affrontate in precedenza.

Dunque gli effetti psicologici di questa pandemia sono diversi a seconda delle percezioni e lo stato di benessere (o malessere) apparente e possono cambiare in relazione agli eventi della vita.

Una delle reazioni più tipiche in questi casi di grande ansia è sperimentare PAURA

Un’ emozione primaria, fondamentale per la nostra difesa e sopravvivenza: se non la provassimo non riusciremmo a metterci in salvo dai rischi. Quindi ben venga percepire paura. Ma se non riusciamo a gestirla percependo il Coronavirus come un pericoloso e inarrestabile predatore, rischiamo di attuare comportamenti impulsivi, frenetici e irrazionali che rischiano di essere controproducenti. Qui si passa spesso al panico o all’ansia generalizzata, per cui un pericolo limitato e contenuto di contagio viene generalizzato percependo ogni situazione come rischiosa ed allarmante.

Oltre la paura percepita razionalmente, esiste la paura  che  nasce dal fatto di avere perso la libertà. E’ questa una cosa alla quale non siamo abituati. Voglio andare in palestra? Non lo posso fare. Voglio uscire a mangiare fuori? Non posso, è tutto chiuso. Ed è questa una sensazione difficile da coniugare ai tempi di oggi. Non l’abbiamo mai minimamente vissuta.

Le giovani generazioni sono cresciute,anche per colpa nostra, con un’idea onnipotente dell’esistenza: era tutto possibile, era tutto facile, bastava prendere un aereo e volare a Milano, a Londra, a New York con pochi euro. Oggi siamo in quarantena. I pugliesi non possono uscire dalla puglia, i veneti non possono uscire dal Veneto, non esiste più la possibilità di uscire a fare una passeggiata in compagnia. In estrema sintesi, la libertà che noi pensavamo gratuita e per sempre non lo è più. Questa è un’importante lezione di vita. E’ fondamentale capire che può capitare, improvvisamente, di avere a che fare con delle privazioni, parola che molti giovani (e non solo) non sapevano fosse neanche presente nel dizionario.

I nostri comportamenti si stanno già modificando in seguito alle restrizioni date dagli ultimi decreti

Un conto è modificare le proprie abitudini lavorative e familiari per tre o quattro giorni, diverso quando si tratta di quindici, venti, trenta giorni. A quel punto inizia una fase depressiva. Nella prima fase quando ti comunicano che puoi stare a casa, attraversiamo una fase euforica, in cui riesci a vedere la situazione in senso positivo: “posso fare finalmente quei lavoretti casalinghi che rimando sempre, posso leggere quel libro che ho da tempo sul comodino, posso passare più tempo con i miei figli…ecc.”. Poi subentra la seconda fase depressiva, in cui si abbassa l’autostima individuale e collettiva. E’ utile ricordare che fu proprio in corrispondenza con la più grande crisi economica mondiale, quella del 1929, che si contò il più alto tasso di suicidi del Novecento.

Quindi abbiamo una fase up: euforica e reattiva, quella nella quale hai tutte le forze, nella quale sei contento di non avere i sintomi, ma il tuo unico problema è andare a fare spesa e fare provviste per decenni.  Subito dopo questa fase  però c’è il down: la fase in cui ti senti pigro, non hai più desideri particolari e vorresti solo sapere quanto deve durare…

Come si può fare? Esiste un rimedio? Non credo si possa trovare un collega che abbia la risposta certa, perché è tutto molto nuovo e rapido. Tuttavia gli psicologi hanno molte risorse a cui attingere e possono utilizzare diverse strategie di contenimento e gestione dello stress.

Primo fra tutti: essere consapevoli che queste fasi di up and down si alterneranno più volte in questo periodo e non dobbiamo spaventarci perché è assolutamente normale reagire in questo modo. Piuttosto cerchiamo di trovare delle strategie per affrontare i momenti difficili, tenendo presente che l’obiettivo è SOPPORTARLI, non eliminarli.

Non possiamo eliminare la tristezza e la pura dai nostri pensieri, ma possiamo senz’altro guardare anche ad altri pensieri più piacevoli che albergano sicuramente nella nostra mente e se abbiamo difficoltà a trovarne, facciamoci aiutare da amici, parenti che possiamo contattare o da attività che ci procurano benessere

Uno dei problemi più gravi di questo periodo è la gestione della SOLITUDINE fisica e psichica. In questo siamo aiutati da internet, che ci fa sapere tutto nel giro di pochissimo tempo e ci connette immediatamente con le persone, i luoghi e le situazioni.

Siamo informati, e questa cosa in qualche modo aumenta il nostro livello di consapevolezza, ma fa salire anche anche il livello di angoscia perché non sai quando finirà tutto e al momento è difficile trovare notizie rassicuranti. Quindi, se ci accorgiamo che il nostro livello di angoscia inizia ad essere pesante, sarebbe bene limitare l’ascolto delle notizie e l’uso dei social fino al punto, in alcuni casi, di eliminarli completamente per qualche giorno.

Molti genitori mi chiamano disperati per la difficoltà di spiegare questo momento ai bambini, ma anche su questo, forse avevamo delle aspettative esagerate in cui il mondo dell’infanzia dovesse essere solo un mondo dorato senza alcun tipo di frustrazione. Dobbiamo invece spiegare che è un momento difficile, una limitazione della nostra libertà. Qualche volta proveremo tristezza, rabbia, noia (questa sconosciuta!)…, ma nel contempo ci saranno bei momenti di relax, di gioco, di riunione familiare e di serenità. Questa emergenza è anche un modo per spiegare ai bambini che il mondo non è solo gioia e spensieratezza, ma anche difficoltà e affrontare le difficoltà allena la nostra capacità di resilienza.

Da non dimenticare in questo momento gli ANZIANI: le persone più fragili e più deboli in questa fase

Il virus ha colpito una odiosa cultura dell’onnipotenza che ritiene le persone deboli e fragili come inutili. Ma una persona anziana porta esperienza, ingegno, porta capacità di resilienza che spesso i giovani non hanno. Possono insegnarci tanto sul senso della vita.

Per gli anziani “State a casa” è l’imperativo categorico di queste settimane, ma significa anche stare soli, deprivati di contatti umani e affettivi, oltreché di tutte le attività di svago e fonte di benessere (sport, giochi, spettacoli, feste, cinema, teatri, circoli, club, associazioni e così via).

Fortunatamente abbiamo mezzi tecnologici che ci aiutano a percepire un po’ meno la distanza fisica, e se non l’hanno già fatto sarà il momento in cui i nonni impareranno a fare la videochiamata Whatsapp ai nipoti. Sappiamo però quanto le relazioni mediate dalla tecnologia non siano assolutamente in grado di sostituire quelle vis à vis, a maggior ragione dove il contatto fisico è elemento essenziale della relazione stessa (abbracci, baci, carezze, ecc.)…ma siamo in condizioni di necessità e ne facciamo virtù.

Aumentano le domande emotive che spesso nascono nella mente di chi tende a preoccuparsi del futuro, alla ricerca di risposte certe che mai potrà dare. Il futuro, infatti, più che mai in questo periodo è ancor più incerto e viene percepita inevitabilmente una maggiore ansia di fronte a un pericolo di restare senza lavoro o di non farcela. Non si sa quando passerà tutto. Se si potrà tornare al lavoro a breve o più in là.

Stando chiusi in casa verranno infatti domande del tipo: “Starò male domani? Perderò il lavoro? Mi verrà l’ansia? Andrà bene l’esame?  Mi potrò laureare?”

Per lavorare sulla paura del futuro, approfittando del momento, il suggerimento consiste nel cercare di stare nel presente, interrompendo la catena di creazione dei dubbi.

Prima di essere costretti a vivere questo momento faticoso, probabilmente stavamo cercando di controllare la nostra vita e indirizzarla verso mete ambite cercando di evitare gli imprevisti che potessero invalidare tutti i nostri sforzi. Nessuno di noi si sarebbe mai aspettato/a che un virus avrebbe creato una tale e totale interruzione.  Ma da sempre la vita funziona in questo modo e non ci rimane altra strategia se non quella di accettare la situazione senza subirla passivamente.

D’altra parte Darwin diceva che non è la specie più forte o intelligente a sopravvivere, ma quella che reagisce meglio al cambiamento!

Donatella Loiacono
Psicologa e psicoterapeuta