Il contagio della paura. Coronavirus e psicologia: hai paura del buio?

C’è qualcosa di sconosciuto, invisibile, che rappresenta un pericolo. Non poterlo vedere, toccare, lo rende ancora più potente… La paura è funzionale quando ci mette in allerta sulla presenza di un pericolo, affinché modifichiamo il nostro comportamento per evitare il pericolo stesso, la risposta più primitiva che l’uomo agisce quando ha paura: la fuga. Allontanarsi dalla “zona rossa”, o ritirarsi in casa.

Altra tipica risposta dell’uomo quando ha paura è l’attacco.

Ma è difficile “attaccare” i mostri del buio, l’invisibile. Più facile è, invece, rendere vivi i mostri e trattarli come tali: riempire cioè il buio dei pericoli peggiori che possiamo immaginare e comportarci come se avessimo prova che esistano davvero. Da qui, comportamenti come fare incetta di alimentari al supermercato, nel timore che il “buio” del virus nasconda ben altro oltre a quanto oggi è un reale pericolo: la paura di non potersi nutrire a sufficienza!

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Siamo per la maggior parte preoccupati, e questo ci restituisce un senso di maggiore appartenenza alla collettività. Siamo accomunati dalle stesse emozioni, ci sentiamo capiti dagli altri, ma rischiamo anche che l’altro, al buio come noi, veda dei mostri più brutti dei nostri e che iniziamo a vederli anche noi.

Non si può sempre fuggire, né si può attaccare un nemico invisibile: per questo il Coronavirus ci sta costringendo a convivere con la paura, sta mettendo alla prova la nostra capacità di accettare questa emozione, di saper stare al buio. Il nostro occhio, nel passare dalla luce al buio, all’inizio non vede niente. Dopo qualche minuto inizia ad adattarsi alla visione notturna, consentendoci di percepire alcuni elementi dell’ambiente, di “vedere” qualcosa anche al buio. Nell’attesa che torni la luce.