Elogio dell’abitudine (ai tempi del coronavirus)

Chi pensa che il problema in questo momento sia la noia forse ha mancato il punto. Siamo manifestamente fragili e vulnerabili e, giustamente, cerchiamo un modo di non pensarci. Come se non bastasse, per la prima volta ci viene chiesto di affrontare una minaccia invisibile in isolamento, che è il contrario dei motivi per cui la selezione naturale ci ha premiati, ovvero la nostra capacità di cooperare, che ha molto a che fare con la vicinanza fisica. Siamo una delle pochissime specie che ha bisogno di contatto prolungato durante lo sviluppo e per aumentare le probabilità di sopravvivenza. Nel contatto fisico e nella vicinanza impariamo a cooperare e a sintonizzarci gli uni con gli altri fin dal primo giorno di vita. In questa emergenza ci si chiede di affrontare questa cosa invisibile a due metri l’uno dall’altro. Forse questo è uno dei motivi per cui la gente ha difficoltà ad accettare le cose e a seguire le indicazioni del governo (e in questo includo me stesso nelle fasi iniziali di questa storia). Fa impressione vedere le persone letteralmente scansarsi, un gesto che siamo abituati ad associare alla sfiducia e alla disconnessione.

Affrontare l’ignoto dovendo trovare nuovi modi di cooperare e stare in contatto è una delle esperienze più angoscianti che si possano provare e uno dei migliori meccanismi a nostra disposizione per gestire l’angoscia è proprio la negazione. Dopo tanti articoli anti psicoanalisi che ho letto quest’anno mi fa sorridere che un concetto così importante come la difesa dall’angoscia, elaborato da Freud tanto tempo fa, sia così centrale in questo momento.

Da questa esperienza, tuttavia, potremo trarne molto valore perché ci sta privando di tante cose che diamo per scontate. Navighiamo tra speranza e timore, ma mettere tra parentesi il significato del contatto, delle abitudini che diamo giornalmente per scontate, può rimetterci in contatto con il valore dell’essenziale. Potremo, se tutto andrà bene, capire meglio cosa invece ci è superfluo.

In questi giorni due autori mi tornano in mente spesso. Uno è David Foster Wallace con la sua storiella dei pesci:

Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce più anziano che dice loro:” Salve ragazzi, com’è l’acqua?” I due pesci più giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa:” Che cavolo è l’acqua?”

E poi c’è Primo Levi, che in “Se questo è un uomo” scrive:

Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso

Ben cosciente che siamo molto distanti da ciò che vivevano gli ebrei nei campi di concentramento, ho pensato a questi due autori perché ci rimandano non solo a ciò che ci rende quello che siamo, ma al carattere “abitudinario” dell’essenziale. Questa situazione, sottraendoci alle nostre abitudini, ce le può far considerare sotto una nuova luce, per poterle meglio apprezzare quando torneremo a “sguazzarci” dentro. Come i pesci di David Foster Wallace, potremo davvero chiederci com’è l’acqua, perché non la sentiremo così scontata nelle nostre branchie.

Articolo scritto e pubblicato da Giuseppe Magistrale