Adolescenti tra violenza e social network

I social network ormai accompagnano i ragazzi in ogni azione della loro quotidianità, dai loro momenti di ritrovo e conversazioni, ai momenti estremi di azioni violente riprese e diffuse sui social diventando immagini e video virali.

L’essere umano è un individuo che apprende emulando, imitando

Pensiamo quante volte vediamo i bambini fare un’azione appena vista o dire una parola appena sentita. Nell’età adolescenziale sappiamo bene quanto sia importante l’influenza che i coetanei hanno sul proprio pensiero e azione, e quindi ciò che loro emulano, imitano è il comportamento dei propri pari.

Nel disgustoso video dei 15 ragazzi che picchiano un 19enne (accaduto recentemente a Noicattaro-BARI), riversato per terra mentre tutti nel proprio ruolo (chi da pugni, chi calci, chi lancia pietre, chi ride, chi filma, chi incentiva) mettono in atto una violenza dolosa, volontaria, è ben visibile questo fenomeno di imitazione del comportamento del gruppo. Nessuno ha messo in atto un comportamento opposto a quello violento, nessuno è intervenuto per bloccare la rissa, tutti hanno avuto anche solo l’impulso di infierire contro il ragazzo.

Perché accade questo?

È l’effetto dell’imitazione e il bisogno di appartenenza/accettazione sociale. “Se non lo fai non sei degno di essere nel nostro gruppo”. È l’effetto dell’incapacità di autocontrollo che questi ragazzi non hanno appreso all’interno del proprio contesto di vita. L’impulso fa parte dell’essere umano e degli animali, ma se noi non siamo animali un motivo c’è.

Abbiamo la capacità di controllare i nostri impulsi pensando a quali sono le conseguenze di ogni azione per sé e per l’altro, al rispecchiamento emotivo con il dolore che causo e tante altre competenze cognitive e psicologiche

Una delle tante frasi che ho sentito e letto da chi ha guardato il video, e che anch’io ho pensato, è stata “sono delle bestie, sono degli animali”. Perché si è portati a paragonare quei 15 ragazzi ad animali (riferendosi in particolar modo ad animali non addomesticati)? Perché quei ragazzi hanno risposto al loro impulso senza alcun freno, proprio come fa un animale randagio: sento e agisco (ho fame e azzanno il cibo, vengo colpito e attacco, voglio dare uno schiaffo e lo faccio). Non c’è riflessione, non c’è autocontrollo, non c’è gestione emotiva.

A questo concetto di imitazione del comportamento del gruppo dei pari e necessità di sentirsi accettati da loro, i fenomeni di violenza sono aggravati anche dal “palcoscenico” a cui i ragazzi di oggi sono esposti, ovvero i social. Se prima agli adolescenti bastava l’ammirazione, l’accettazione, la visibilità di pochi amici oggi i ragazzi sentono il bisogno di far conoscere il proprio comportamento buono o brutto che sia a quante più persone possibili. E cosa c’è di meglio che postare i propri video di risse sui social e rafforzare la potenza di quel comportamento in base al numero di visualizzazioni e condivisioni!

I social diventano così un mezzo molto potente sia per la visibilità del ragazzo/a e sia per l’emulazione di comportamenti dannosi per sé e per il prossimo.

Non posso inoltre omettere un’altra importante causa che incrementa fenomeni di violenza tra adolescenti: un cambiamento generale del sistema formativo ed educativo. Sono giovani che spesso crescono senza autorità, limiti e regole; sono giovani che spesso non trovano un adulto di riferimento capace di ascoltare i loro stati emotivi e insegnare sane modalità di gestione.

Si pensa che un ragazzo deviante sia figlio di genitori violenti, ma non è la regola. Certo crescere con modelli genitoriali violenti aumenta la probabilità di acquisire un modello di comportamento e di pensiero ugualmente violento; ma anche crescere tra adulti (genitori, docenti, altri adulti di riferimento) dove non ci si sente ascoltati emotivamente può portare un adolescente a trovare sfogo in comportamenti violenti per sé o per il prossimo.

E allora cosa fare?

  • NON DELEGARE. Basta ad affidare sempre a qualcun altro il compito di educare. Ognuno, nel proprio ruolo, è responsabile in modo diretto (come i genitori) e indiretto (nell’essere cittadino) di quel ragazzo o ragazza che abbiamo davanti. Delegare significa anche affidare a degli smartphone il compito di calmare il proprio figlio quando ha un capriccio, è agitato, da fastidio, perché “io ho da fare”.
    Non si può controllare ogni passo che fanno i nostri figli ma se loro vivono dei disagi hanno spesso un modo negativo ed esagerato per esprimerli e comunicarli.
  • IMPARIAMO A CHIEDERCI: Che rapporto ho con mio figlio? Conosco il suo stato emotivo? Gli domando “come stai”? Quanto tempo dedico alla comunicazione con mio figlio? Svolgo qualche attività piacevole con lui? Tendo più a giudicarlo o ad ascoltarlo? So cosa fa quando è online, cosa guarda, quante ore sta al telefono?

Ivana Ciavarella
Psicologa con Master II livello in psicologia dell’emergenza e Psicotraumatologia